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Dalla caduta del Muro di Berlino al fallimento della rivoluzione bolscevica

Nazionale

Nazionale. Era il lontano 2006, la serata era calda, all’inizio del mese di Luglio. La Nazionale italiana alzava per la quarta volta la Coppa del Mondo (ex Coppa Rimet- quella che Pelè conquistò a 17 anni in Svezia- per intenderci).

L’Italia non era la nazionale più forte di quel Mondiale, ma quel 9 Luglio rimane impresso nella memoria di molti.

Io ero poco più che un ragazzino, masticavo calcio seriamente da qualche anno (anche se lo avevo sempre visto e vissuto in prima persona) vedevo le gesta della squadra azzurra allenata da Marcello Lippi, seppur con qualche difficoltà arrivare alla finale di Berlino.

Nella semifinale, l’Italia giocò da “Italia”, attendendo la Germania e colpendo in contropiede: il gol di Del Piero che mise il sigillo sulla gara firmando lo 0-2 è un emblema del tatticismo squisitamente italiano. O meglio quello che ha fatto passare la Nazionale Italiana alla storia del calcio.

La Finale dell’ “Olympiastadion” fu una partita estremamente strana. Gli acerrimi nemici della Francia passarono in vantaggio dopo soli 7 minuti, grazie ad un calcio di rigore magistralmente segnato da una vecchia conoscenza italiana: Zinedine Zidane.

La massima punizione fu assegnata per un fallo di Materazzi. All’epoca non c’era il VAR (le polemiche, quelle sì, ci sono state sempre e per sempre ci accompagneranno) e quindi una volta fischiato, non ci fu ritrattazione.  Dopo il calcio di rigore la partita si innervosì moltissimo e iniziò a spezzettarsi.

Fino al pareggio di Materazzi (autore del fallo da rigore) che impattò perfettamente con un colpo di testa, un calcio d’angolo che sembrava disegnato, partito dai piedi di Pirlo.

Durante i tempi supplementari, accadde una cosa che mi lasciò di stucco… le telecamere indugiavano, non si capì bene cosa fosse successo, ma si vide Materazzi a terra dolorante, mentre Zidane imprecava qualcosa.

Quando ci fu la ricostruzione dell’episodio che decretò l’espulsione del numero 10 dei galletti, mio padre disse con convinzione: “E’ fatta! L’Italia ha vinto i Mondiali!” . 

Al momento non capii cosa volesse significare mio padre con quella esclamazione. Nel corso degli anni e con un bel pò di esperienza in più, ho capito che si riferisse al fatto che la Francia si era innervosita e aveva perso di mano le redini della partita.

Tanto fu e ai calci di rigore, quando si presentò Trezeguet, con fare spavaldo, pensai tra me: “Trezeguet o segna un magnifico gol oppure sbaglia per eccesso di sicurezza”. Per fortuna della Nazionale, si realizzò la seconda ipotesi e l’Italia sollevò al cielo, per la 4 volta nella sua storia, la Coppa del Mondo.

Di quella Nazionale, rimane soltanto un ricordo lontano e sbiadito. In principio fu Thiago Motta che dopo aver vinto il triplete con Mourinho (qualche anno dopo) si trasferì a Parigi. Nella capitale francese erano appena arrivati gli esordienti sceicchi della famiglia Al Khelaifi. Poi fu la volta di Del Piero che smesse le vesti di giocatore, ha indossato quelle di telecronista.

In ultimo c’è stato l’addio di De Rossi alla Roma. Dopo una vita in giallorosso dopo la partita contro il Parma nell’ultima giornata di campionato, e la notizia di questi giorni che ha fatto tanto clamore.

Le dimissioni di Totti come dirigente della società di Trigoria. Totti è stato forse l’ultima bandiera di un calcio romantico, di un calcio che fu. Un calcio dove i Presidenti erano i primi tifosi e non badavano a spese per regalare colpi su colpi ai tifosi che, legittimamente, potevano sognare. Non come oggi, che il business comanda tutto, dove tutto viene fatto in nome del denaro. Il suo addio ha fatto tanto, ma tanto rumore, bordate alla società senza riserve. L’amore incondizionato verso i tifosi (naturalmente straricambiato).

Di quella Italia, rimane soltanto uno sbiadito ricordo. Dal trionfo dell’ Olympiastadion di Berlino, nel corso del tempo, via un pezzo dopo l’altro, nel 2019 quel muro di Berlino si è definitivamente sgretolato. Nel peggior modo possibile.

 

DOPO IL CROLLO DEL MURO DI BERLINO DI QUALCHE SETTIMANA FA, PIU’ ATTUALE E’ IL FALLIMENTO DELLA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA.

Dopo l’addio rumoroso di Totti, inevitabilmente non si può non parlare dell’argomento che tiene banco in queste ore. La presentazione di Sarri come allenatore della Juventus. La conferenza è stata molto tranquilla, molti giornalisti e pochi, pochissimi tifosi. Domande “scomode” o presunte tali non ne hanno fatte. Ha fatto più clamore il fatto che il mister, ogni tanto, sentisse il bisogno di infilarsi le dita nel naso. Ma tant’è. Con un contratto di 7 milioni annui, anche questo è concesso.

Il problema reale di Sarri è stata l’incoerenza, che lo ha accompagnato durante tutta la sua sfavillante carriera.

Ha negato il dito medio alzato contro i tifosi della Juventus, gli stessi che dovrebbero acclamarlo. Si è trattato di un errore.

Ha ringraziato pubblicamente il presidente De Laurentiis per avergli dato l’opportunità di allenare la squadra per cui faceva il tifo da bambino (anche se ha sempre sostenuto di essere nato accidentalmente a Napoli, ma di aver seguito sempre la Fiorentina di Antognoni), pur sottolineando il rapporto non proprio idilliaco, con un lapsus di freudiana memoria: “Tutti pensano che io abbia un bel….volevo dire brutto rapporto con Aurelio, ma non è così…”  Anche se quando passò al Napoli disse di aver realizzato un sogno, poiché il Napoli era la squadra per cui aveva sempre tifato.

Ha spiegato che certe frasi sono state solo di circostanza, denigrando alcuni calciatori –che ancora oggi vestono l’azzurro-, dicendo che in privato vengono dette cose diverse dal pubblico. Nel pubblico vale la circostanza, e – peggio ancora– il quieto vivere. Un inno alla sincerità senza precedenti.

Il Sarri che andava in conferenza sudato e con la tuta sporca del terreno di gioco, è un lontano parente da quello ascoltato in conferenza. Un rivoluzionario imborghesito. Un comunista (sempre in borghese), ma col Rolex.

Di quelli che predicano bene e razzolano male.  

Uno che ha fatto tantissima strada, gavetta infinita, ma che per un pugno di dollari in più ha ceduto all’acerrimo nemico, che ha sempre denigrato.

Si diceva che se non puoi battere il nemico tanto vale che ti allei con lui ma, nel caso di Sarri c’era una soluzione alternativa, rimanere in Premier League (che lui ha da sempre elogiato, dicendo che è il campionato più bello al mondo).

Fosse stata una questione meramente economica, il passaggio in Premier League era obbligatorio. Passare da un milione e ottocentomila euro, a sei milioni di euro l’anno è un’operazione che ci può stare. Passare dai 6 milioni ai 7 della Juve no. A quelle cifre non ti arricchisci.

Sarri non è più l’impiegato di banca che percepisce i “classici” millecinquecento euro al mese a cui una proposta del genere cambierebbe radicalmente la vita. Ne percepisce molti, ma molti di più.

Il problema è tutto lì. Non è neanche una questione sportiva. Ma lo si era capito quando, dopo una clamorosa sconfitta per 6-0, non strinse la mano a Guardiola che lo aveva elogiato fino al giorno prima. Questione di carattere. Probabilmente vincere sarà anche l’unica cosa che conta, ma l’educazione, quella non si nega a nessuno. Si era perfettamente già calato nel personaggio.

Chapeau all’allenatore. Non all’uomo. Non a colui che nel giro di 60 minuti, o poco giù di lì, della conferenza stampa, ha praticamente sovvertito gli ideali per cui aveva combattuto fino al minuto prima di atterrare un minuto prima con un aereo privato.

P.S. Ma ora che del Palazzo hanno dato le chiavi del portone principale, fin dove si vorrà spingere il Komandante??? (la “cappa” è d’obbligo per i nostalgici bolscevichi della Perestroika).

P.P.S. Credo che alla Continassa al limite gli lasceranno fumare la sigaretta elettronica (rigorosamente dopo gli allenamenti) perché fa tanto radical chic. Evito, personalmente, retropensieri osceni su una eventuale esposizione del terzo dito. Lapo fa ancora parte della famiglia. O no? Nazionale.

 

 

 

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