Napolitudine – Il culto delle “anime pezzentelle” e il Cimitero delle Fontanelle

C’è una litania o invocazione che veniva ripetuta dai mendicanti napoletani, soprattutto all’uscita dei cimiteri. “A refrische ‘e ll’anime d’o priatorio” ossia “Ad alleviare le pene del Purgatorio”. Perchè il culto dei morti, delle “Anime Pezzentelle“, a Napoli ha una sua indiscussa sacralità e svariate modalità di venerazione. Ma soprattutto un’antica storia che ancora oggi conserva una tradizione molto osservata

L’antico culto delle anime del Purgatorio, e delle anime pezzentelle, nacque in modo spontaneo. Quando, agli inizi del 1600 la Chiesa propose la cura delle anime dei defunti come una delle principali pratiche religiose per stabilire un legame anche liturgico tra vivi e morti. Attraverso preghiere e messe in suffragio.

 

 

In realtà, il culto delle anime del Purgatorio era incoraggiato dalla Chiesa che lo utilizzava per raccogliere offerte. Al punto che i fedeli erano incoraggiati a lasciare un testamento dove fossero indicate la cadenza delle messe e preghiere in suffragio dei defunti. Attraverso le quali i vivi si preoccupavano di agevolare l’ascesa delle anime al Paradiso. Assicurando loro il refrigerio dalle fiamme del Purgatorio durante il periodo di espiazione.

Ma a Napoli la relazione diretta con l’anima va oltre, scavalca il limite del tempo della vita. E penetra in quello che oltrepassa la vita attraverso rituali dove la pietas popolare mostra tutta le sue più profonde sfaccettature

Non solo quindi i propri morti hanno bisogno di preghiere: chi pensa alle anime abbandonate? Ecco che gli anonimi, le anime abbandonate e senza nome diventano oggetto di culto. I morti che non avevano ricevuto il conforto dei riti funebri di compianto, sepolti in fosse comuni. I napoletani cominciano ad adottare un teschio, anticamente ritenuto la sede dell’anima, che viene scelto, curato, accudito e alloggiato in una nicchia.

 

 

L’anima pezzentella (dal latino petere: chiedere per ottenere). A quell’anima bisognosa di refrisco, alleviamento della pena, il fedele chiede grazie ed assistenza in cambio di preghiere. Si dice che l’anima adottata appaia in sogno chiedendo preghiere o magari un abbellimento della nicchia, ma anche portando in dono i numeri da giocare al Banco Lotto. E’ un Do Ut Des, chiedere per ottenere, e più l’anima contribuisce al benessere del devoto più viene venerata. In caso contrario, il suo teschio viene abbandonato in favore di un altro più generoso.

Spesso al teschio adottato viene associata una storia, un nome, un vissuto. Una delle anime più amate è quella di Lucia. Il suo teschio riposa col velo da sposa, ornato con una corona e custodito accanto ad una coppia di teschi a cui è stato dato dalla tradizione il ruolo di servitori della giovane. Si narra di una principessa morta giovanissima subito le nozze, eletta a protettrice delle spose e mediatrice di preghiere ed invocazioni.

 

 

La chiesa delle anime pezzentelle, il Cimitero delle Fontanelle o Chiesa delle capuzzelle, si trova proprio ne cuore di Napoli. Nell’Ipogeo della seicentesca Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco. La sua origine si fa risalire al XVI secolo ed è legata alle disgrazie del popolo napoletano.

Dalle colline della parte alta di Napoli (gli odierni Colli Aminei) partivano quattro impluvi da cui colava la Lava delle Vergini, colate di detriti e fango. Queste colate erodevano gli impluvi creando la condizione ottimale per l’estrazione del tufo. La strade delle Fontanelle, nel cuore del Rione Sanità, era uno degli impluvi diventati cava di tufo che fino al secolo scorso ha fornito mattoni per la città.

Era già usanza dei “salmatari” disseppellire i corpi più vecchi dalle chiese dove non c’era più posto, per poi stiparli in cave come quella delle Fontanelle. Nel 1654, quando la Peste si abbattè su Napoli dimezzandone la popolazione. Per tale ragione fu ordinato di riaprire la cava per riporsi circa 240.000 salme. In seguito, il Cimitero venne utilizzato per smaltire le salme delle successive carestie, tre rivolte popolari, cinque eruzioni del Vesuvio e tre terremoti. Tanto che l’architetto Carlo Praus racconta che nel 1810 presentò un progetto per l’ampliamento. Nel 1837, a causa del Colera, furono portate altre salme e dato che intanto vennero banditi gli ossari da tutte le parrocchie e confraternite della città, un gran numero di carri trasferirono in queste grotte un gran numero di resti mortali.

Il cimitero rimase abbandonato fino al 1872, quando  Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di popolane mise in ordine le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e tutte anonime, ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni morta il 5 ottobre 1795; entrambi riposano in bare protetti da vetri.

Nonostante sia sopravvissuto a guerre e carestie, il culto delle anime pezzentelle fu vietato nel 1969 dal Cardinale Ursi. Cercava di riportare l’attenzione dei fedeli ai santi piuttosto che ai resti anonimi. Ancora oggi il rapporto tra anime e fedeli non si è interrotto e le grate poste sulla strada consentono alle voci e alle preghiere di raggiungere i teschi.

 

 

 

 

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