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Riad incorona il Napoli, Neres extraterrestre

Napoli-Atalanta

C’era una volta… una Supercoppa sotto le stelle di Riad. C’era una volta.

Sì, perché questa sera Napoli-Bologna è stata molto più di una finale. È stata una favola. Una di quelle da Mille e una Notte, ambientata non a caso a Riad, nel periodo più magico dell’anno, quando anche il calcio sembra concedersi il lusso di raccontare storie. Storie di cadute e rinascite, di ferite che diventano cicatrici, di uomini prima ancora che di squadre.Un trofeo sotto l’albero di Natale dell’Al-Awwal Park, una Supercoppa Italiana che profuma di riscatto e consapevolezza. Napoli e Bologna faccia a faccia, di nuovo. Dal Dall’Ara a Riad, dal 9 novembre a una notte che chiude un cerchio.

Curiosità e numeri di una finale che valeva doppio
Il Bologna arrivava da bestia nera: imbattuto in cinque delle ultime sei sfide contro il Napoli. Il Napoli, invece, tornava a giocarsi la sua sesta finale di Supercoppa, con un digiuno di trofei che durava dal 2020. Conte, all’ottava finale in carriera, cercava la conferma di un progetto nato tra mille difficoltà. Italiano, dall’altra parte, l’ennesima consacrazione di un Bologna ormai grande.

Ma i numeri, in notti così, servono solo a fare da cornice. Tutto, inevitabilmente, riportava a quel pomeriggio di novembre. Al Dall’Ara, il Napoli stanco, falcidiato dagli infortuni, cadeva sotto i colpi del Bologna. Un 2-0 che sembrava una sentenza. E invece fu uno spartiacque.

In tribuna stampa, poi in conferenza, Antonio Conte scosse l’ambiente con parole dure come pietre: «Non voglio accompagnare un morto». Uno sfogo necessario, catartico. Un richiamo all’unità, alla squadra, all’identità. Da lì, persino una settimana di distanza fisica del tecnico dai campi: riflessione, famiglia, silenzio. E rinascita.

Da quel giorno, il Napoli non ha mai avuto la possibilità di schierare la formazione tipo. Eppure si è ricostruito. Ha cambiato pelle. Ha imparato a vincere anche senza bellezza. Il 3-4-3 non è stato solo un cambio tattico, ma una dichiarazione d’intenti. Responsabilità ridistribuite, risorse riscoperte. Beukema, Lang, Højlund, Neres: volti nuovi diventati pilastri. Meno estetica, più sostanza. Meno illusioni, più certezze.

La semifinale col Milan è stata il manifesto: Napoli “primitivo”, nel senso più nobile. Soffrire, attendere, colpire. Difesa bassa, ripartenze letali, controllo emotivo totale. Juan Jesus impeccabile, Spinazzola tornato a volare, Politano soldatino fedele. E soprattutto Neres, sempre più decisivo.

La finale è il compimento del viaggio.
Dopo un avvio intraprendente del Bologna, il Napoli prende il controllo. Ravaglia resiste finché può, poi al 39’ si arrende al sinistro a giro di David Neres, una pennellata da campione. È l’1-0 che indirizza la notte.

Nella ripresa il Bologna prova a rientrare, ma quando serve il colpo del ko, ancora lui. Errore in costruzione, Neres ringrazia e firma la doppietta. 2-0. Fine della favola rossoblù, apoteosi azzurra.

Højlund gioca una partita totale: sponde, profondità, intesa perfetta con il brasiliano. Milinkovic-Savic quasi inoperoso. Il Napoli controlla, sfiora il tris e alza la coppa.

Il trionfo di De Laurentiis e la consacrazione di Conte
Sugli spalti c’è Aurelio De Laurentiis, sempre accanto alla squadra. È il sesto trofeo della sua presidenza:
• 2 Scudetti
• 3 Coppe Italia
• 2 Supercoppe Italiane

Una bacheca che racconta continuità e visione. Anche nei momenti più bui, il patron ha difeso Conte. E questa Supercoppa è anche una vittoria della fiducia.

“C’è chi legge la storia e chi la scrive”
Conte lo dice chiaramente nel post-partita. Non si sente ancora vicino alle grandi del Nord, non vuole illusioni. Ma sa cosa conta: vincere. Perché nessuno ricorda chi perde le finali.

E allora sì, questa è una favola di Natale. Una favola iniziata con una caduta, passata attraverso il dolore e conclusa con un trofeo sollevato sotto il cielo di Riad.

Adesso testa alla Cremonese. Perché, come direbbe Conte, è vero: c’è chi legge la storia e chi la scrive.