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Esclusiva – Fausto Pizzi: “Il pareggio con l’Inter ha rafforzato la fiducia del Napoli”

Ci sono partite che valgono tre punti e altre che valgono un pezzo di storia. Napoli-Parma, recupero della 16ª giornata di Serie A, in programma domani, mercoledì 14 gennaio, allo stadio Diego Armando Maradona, è una di quelle sfide che riaprono il cassetto dei ricordi. E dentro quel cassetto, tra maglie pesanti e destini incrociati, c’è il nome di Fausto Pizzi.

Centrocampista col vizio del gol, uomo di campo prima ancora che di parole, Pizzi è stato un protagonista silenzioso del calcio italiano a cavallo tra anni Ottanta e Novanta. Un’epoca in cui nulla era semplice, in cui ogni domenica andava conquistata. Cresciuto nell’Inter senza mai esordire in prima squadra, si è costruito da solo, partendo dalla Serie C, facendosi largo a forza di gol, personalità e coraggio.

Alla Centese, poi al Vicenza, dove nel 1988-89 si prende tutto: capocannoniere del girone, salvezza conquistata all’ultimo respiro, un rigore segnato al 90’ che vale una stagione intera. È lì che il calcio si accorge davvero di lui. E infatti arriva il Parma, quello che sta nascendo, quello che sogna in grande.

Con i Ducali Pizzi è parte del motore che porta alla storica promozione in Serie A nel 1990. Poi l’Inter, la Coppa UEFA, e ancora Parma: il ritorno che profuma d’Europa, fino alla Coppa delle Coppe 1992-93, primo trofeo internazionale della storia gialloblù. Un capitolo inciso a fuoco nella memoria di una città.

Ma il destino, a volte, chiama ancora più forte. E nell’estate del 1995, quella chiamata arriva da Napoli.

È un Napoli diverso, ferito, in cerca di identità dopo l’addio al suo dio. Ed è qui che la storia diventa leggenda personale. Durante il ritiro estivo, una delegazione di compagni di squadra, guidata dal capitano Roberto Bordin, bussa alla porta della sua stanza. Non è una visita qualunque. È una proposta che pesa come un macigno: indossare la maglia numero 10, quella che è stata di Diego Armando Maradona.

È la prima stagione con i nomi sulle maglie. E proprio Pizzi viene scelto come primo a portare il suo nome su quella schiena sacra. Non una decisione societaria, ma un gesto dello spogliatoio. Fiducia pura. Responsabilità totale.

Pizzi dirà poi che ancora oggi, ripensandoci, gli vengono i brividi. Perché certe maglie non si indossano soltanto: si onorano.

Napoli è una tappa intensa, breve ma indelebile. Come tutta la sua carriera: Perugia, Genoa, Cremonese, Treviso, Cittadella, Reggiana… sempre in battaglia, sempre dentro il calcio vero. Fino al ritiro, sfiorando i 39 anni, senza mai tradire la propria identità.

Poi la seconda vita: allenatore, formatore, dirigente. Il Parma di nuovo, i giovani, la Primavera, le semifinali di Viareggio, l’abilitazione UEFA Pro, il lavoro dietro le quinte. Perché chi ha vissuto il calcio così, non può abbandonarlo davvero.

E allora domani, mentre il Maradona si prepara ad accogliere Napoli-Parma, con gli azzurri imbattuti in casa da 19 partite e i Ducali capaci di sorprendere lontano dal Tardini, il pensiero corre a lui. A un uomo che ha unito queste due maglie senza clamore, ma con dignità, gol e memoria.

Perché il calcio, alla fine, è anche questo: un filo invisibile che lega passato e presente.

Le 5 domande per Fausto Pizzi

Guardando indietro alla tua carriera, qual è stato il momento in cui hai capito di esserti davvero guadagnato il tuo posto nel calcio che conta?

“Non vorrei passare per “paraculo”, ma questa è la realtà dei fatti: la vittoria del campionato di Serie B con il Parma, per me, ha significato la conquista della Serie A sul campo, dopo anni di dura gavetta nelle categorie inferiori. Anche l’anno a Napoli, quando ho indossato la prestigiosa maglia numero 10, assegnatami, tra l’altro, dai miei compagni di squadra, mi ha dato una maggiore consapevolezza dello status di giocatore di un certo livello. Detto questo, considerando l’epoca in cui ho giocato e i grandissimi campioni con cui mi sono confrontato, non ho mai pensato di essere un top player.”

Il gol a Buffon

Parma è stata una tappa fondamentale della tua vita sportiva: cosa ha rappresentato per te quella promozione in Serie A e la vittoria della Coppa delle Coppe?

Parma è stata la mia prima vera gioia sportiva di squadra. In precedenza avevo ottenuto alcuni riconoscimenti personali, come il titolo di capocannoniere e quello di miglior giocatore della Serie C, ma nulla è paragonabile a un successo collettivo. Fortunatamente, poi, ne sono arrivati anche altri.

Estate 1995, Napoli: quando i tuoi compagni ti proposero di indossare la maglia numero 10 di Maradona, cosa hai provato in quel preciso istante e quanto ha pesato quella responsabilità?

Ho provato un senso di orgoglio infinito. Diego era il mio idolo, il mio calciatore preferito. Ho dato tutto me stesso per onorare quella maglia, pur sapendo che non può esistere alcun paragone con chi ha reso quel numero leggendario.

Guardando al Napoli di oggi, imbattuto al Maradona e reduce da due pareggi consecutivi, che momento stanno vivendo gli azzurri e cosa serve per tornare alla vittoria?

È vero che l’ultima partita in casa non è andata come si sperava, ma il pareggio con l’Inter, secondo me, ha lasciato al Napoli una forte consapevolezza dei propri mezzi. Questa squadra è forte: deve semplicemente dimostrarlo in ogni partita.

In vista di Napoli-Parma, che partita ti aspetti e quale giocatore potrebbe essere decisivo nel determinare il risultato finale?

Mi aspetto, come sempre, che siano i giocatori di qualità a far pendere l’esito della partita da una parte o dall’altra. In questo caso penso a McTominay, per me il miglior giocatore della Serie A, e a Bernabé (a proposito di numeri 10). Ma attenzione anche a Højlund: è in grande forma ed è un giocatore fantastico.