Lettera aperta ai tifosi del Napoli: Rispetto per Lucca
Lettera aperta ai tifosi del Napoli
Cari tifosi del Napoli, questa non è una difesa tecnica, non è un’analisi tattica, non è un’assoluzione sportiva. È una richiesta di umanità. Ed è forse la cosa più difficile da chiedere oggi, nel calcio di oggi.
Oggi si è superato un limite.
Un limite che non ha nulla a che vedere con un errore sotto porta, con una rovesciata sbagliata al 95’, con una prestazione opaca o con un pareggio che brucia.
Oggi si è superato il limite del rispetto.
Lorenzo Lucca, attaccante del Napoli, 25 anni, è stato preso di mira sui social con una violenza che fa male leggere. “Scarso”, “svogliato”, “buffone”, “cadavere”. Inviti ad andarsene, ironie sul futuro, offese personali che nulla hanno a che vedere con il calcio.
E tutto questo per cosa? Per pochi minuti giocati, per una scelta sbagliata in una partita già carica di frustrazione, in un momento in cui il Napoli vive un’emergenza continua fatta di infortuni, assenze, tensioni arbitrali e un ambiente tutt’altro che sereno.
Lucca non ha avuto spazio.
Non ha avuto continuità.
Non ha avuto, finora, la possibilità di esprimersi davvero.
Eppure su di lui si è scaricato uno sfogo collettivo, come se fosse il simbolo di tutto ciò che non va.
Ma fermiamoci un attimo.
Respiriamo.
E ricordiamoci chi siamo.
Per anni siamo stati insultati in ogni stadio d’Italia.
“Vesuvio lavali col fuoco”, cori beceri, offese alla città, alla gente, alla nostra identità.
E abbiamo sempre rivendicato, giustamente, di essere diversi.
Di essere un popolo passionale sì, ma anche umano, corretto, capace di dare il cuore.
“Il pubblico napoletano, se può, ti dà il cuore.”
Questa frase non è retorica: è verità.
Napoli è accoglienza, appartenenza, calore.
È una città che sa soffrire, ma sa anche stringersi attorno ai suoi.
È “Proud to be Napoli”. Sempre.
E allora la domanda è semplice, anche se scomoda:
davvero vogliamo diventare ciò che abbiamo sempre condannato?
In un momento così delicato, con una squadra stremata dalle assenze, con energie mentali e fisiche al minimo, la risposta è attaccare un ragazzo di 25 anni sui social?
Sfidarlo, umiliarlo, metterlo alla gogna pubblica?
Prima del calciatore c’è una persona.
Prima della maglia c’è un uomo.
Uno con dei sentimenti, con una famiglia, con una fragilità che nessun contratto milionario può cancellare.
Si può dire che non è adatto al Napoli.
Si può pensare che non sia funzionale al gioco di Conte.
Si può criticare una scelta tecnica, un errore, una partita.
Ma l’insulto no. Mai.
Il calcio è sempre stato lo sport dei bambini.
È sempre stato educazione, sogno, valori.
Poi sono arrivati i soldi, le aspettative spropositate, la pressione continua, e quel giocattolo si è rotto.
Ma sta anche a noi decidere se continuare a romperlo o provare, almeno, ad aggiustarlo.
Questo non è il pubblico napoletano che conosciamo.
Questo non è il Napoli.
Il Napoli è sacrificio, amore, dolore condiviso.
È cadere e rialzarsi insieme.
Difendere l’umanità non significa difendere una prestazione.
Significa difendere ciò che siamo.
E oggi, più che mai, Napoli deve ricordarselo.

