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Panchina d’Oro 2024/25, il trono è di Conte, il Generale conquista Napoli e la storia

Coverciano applaude, Napoli si riconosce.

Antonio Conte è ancora una volta lassù, dove arrivano solo i vincenti veri. Per la quinta volta in carriera, il tecnico leccese conquista la Panchina d’Oro, massimo riconoscimento per un allenatore italiano, votato dai colleghi. Nessuno come lui.

L’albo d’oro ora parla chiaro: Conte davanti a tutti, staccato anche Massimiliano Allegri, fermo a quota quattro.

La 34ª edizione del premio incorona il protagonista assoluto della stagione di Serie A 2024/25. Ventidue… no, 20 voti su 47, in un contesto tutt’altro che scontato, bastano per mettersi alle spalle Gasperini e Fabregas, secondo e terzo classificato. Non è stato un plebiscito, ma è stata una scelta netta. Inevitabile.

A consegnargli il premio, a Coverciano, il presidente della FIGC Gabriele Gravina e il presidente della Lega Serie A Ezio Simonelli. Ma il riconoscimento più pesante arriva dalle parole dello stesso Conte, che davanti al suo Napoli non nasconde l’emozione:
«Questa è forse la Panchina d’Oro più bella. Perché l’ho vinta con il Napoli. Sono un uomo del Sud e si sa quanto sia difficile vincere a Napoli».

Ed è qui che il premio smette di essere solo un trofeo. Diventa storia, diventa identità.

Conte arriva a Napoli e vince lo Scudetto da perfetto outsider. Lo fa contro pronostici, pressioni, diffidenze. Lo fa in una stagione segnata da infortuni continui, una rosa falcidiata fino a 13 assenze contemporanee e un clima spesso più ostile che protettivo. Eliminazione in Champions, mercato discusso, critiche costanti.

Eppure, il Napoli resta lì. Combatte. Resiste. Vince anche la Supercoppa Italiana. Specchio perfetto del suo allenatore.

Sempre sotto attacco, Conte non si sottrae mai. Dice che “si gioca troppo”, ma non predica soluzioni facili: «Io sono un tecnico, decidano gli altri».

Poi rassicura su Di Lorenzo, pensa alla Nazionale, dimostra, ancora una volta, di guardare oltre il proprio recinto.

È leadership pura. È responsabilità.
“Dare tutto, chiedere tutto”
Non è solo uno slogan. È un metodo.

Antonio Conte lo ha messo nero su bianco nel suo libro Dare tutto, chiedere tutto, che oggi suona come un manifesto applicato sul campo. Prima si dà. Sempre. Fatica, esempio, ossessione per il dettaglio. Solo dopo si può pretendere.

È un’idea che va oltre il calcio. Vale per uno spogliatoio, ma anche per un’azienda, una scuola, un reparto ospedaliero. Ovunque qualcuno debba guidare altri uomini.

Ed è per questo che Conte divide. Perché coinvolge, logora, trascina.
“Conte logora chi non ce l’ha”
La frase circola da anni, adattamento calcistico del celebre aforisma andreottiano. Ma mai come oggi sembra attuale.

Conte non lascia indifferenti: o lo hai, o lo subisci.
I tifosi lo celebrano, gli avversari lo criticano, chi non può contare su di lui prova frustrazione sportiva. È il prezzo del successo. È l’impatto di un vincente di professione.

Nato a Lecce nel 1969, leggenda juventina da calciatore, vicecampione del mondo nel 1994, finalista europeo nel 2000. Poi allenatore capace di aprire cicli, interromperne altri, vincere in Italia e all’estero: Juventus, Chelsea, Inter, Napoli.
Ovunque arriva, cambia tutto.
Mentalità feroce, organizzazione totale, fame continua.

Antonio Conte non allena solo squadre: plasma gruppi.
E oggi, con la quinta Panchina d’Oro, non celebra soltanto un trionfo personale.
Celebra Napoli. Celebra il Sud. Celebra l’idea che anche dove “è più difficile”, si può arrivare primi.
Sul tetto d’Italia. Ancora una volta.