Esclusiva – Rolando Bianchi: ““Il Maradona ti travolge se non sei pronto” ”
Il peso del gol e il coraggio di ricominciare
Ci sono attaccanti che vivono per il gol. E poi ci sono attaccanti che nel gol ci si rifugiano, come fosse casa. Rolando Bianchi è stato entrambe le cose.
Da Lovere al grande calcio, passando per le promesse, le cadute, le risalite. Una carriera vissuta di pancia e cuore, con quella maglia numero 9 che a Torino è diventata simbolo, responsabilità, eredità.
«Il gol è un gesto tecnico, sì. Ma prima ancora è una questione emotiva», racconta oggi Bianchi, voce più pacata rispetto ai ruggiti sotto la curva, ma con la stessa intensità negli occhi.
Il sogno che parte da Bergamo
Cresciuto ad Albano Sant’Alessandro, prodotto del vivaio dell’Atalanta, debutta in Serie A giovanissimo contro la Juventus. È solo l’inizio di un viaggio che lo porterà lontano, anche oltremanica.
A Cagliari impara a soffrire. A Reggio Calabria diventa uomo.
Con la Reggina 1914, sotto la guida di Walter Mazzarri, firma 18 gol in una stagione segnata dagli 11 punti di penalizzazione post-Calciopoli. Una salvezza che profuma di impresa. «Quell’anno abbiamo giocato contro tutto e tutti. È stata una lezione di vita». Il salto al Manchester City è il punto più alto sulla carta. Un investimento importante, aspettative enormi. Ma il calcio inglese non perdona. Sei gol, critiche feroci, l’etichetta ingombrante di acquisto non ripagato. «Ho imparato che non basta il talento. Devi essere pronto mentalmente. E io forse non lo ero abbastanza».
Il ritorno in Italia, la parentesi alla SS Lazio, poi la scelta che cambia tutto: Torino:
amore, fascia e identità.
Con il Torino Bianchi diventa capitano. Leader. Uomo simbolo.
Settantasette gol in granata. Undicesimo marcatore di sempre del club. Numeri che pesano, ma che non raccontano tutto. Perché in mezzo ci sono una retrocessione, la Serie B, i playoff persi, il ritorno in A. E una città che lo adotta.
«Torino mi ha dato identità. Ho capito cosa significa rappresentare una storia, non solo una squadra».
Il suo nome viene accostato a quello degli eroi del Grande Torino. Un onore che lui racconta con pudore: «Io ho solo fatto il mio dovere. Con rispetto».
Venerdì 6 marzo, allo stadio Stadio Diego Armando Maradona, si gioca Napoli-Torino. Una partita che riporta Bianchi a incrociare due mondi che hanno segnato la sua carriera.
Contro il Napoli ha segnato gol pesanti. E oggi osserva da ex, con lo sguardo dell’allenatore licenza UEFA Pro in tasca e dell’opinionista.
Il Napoli arriva con il recupero di uomini chiave come Anguissa e De Bruyne. Il Torino cerca punti salvezza. Ma al di là dei moduli, sarà una questione di carattere.
Il Maradona è uno stadio che ti entra dentro. Se non sei pronto mentalmente, ti travolge.
Dal campo alla panchina: una nuova sfida
Dopo il ritiro, Bianchi ha studiato. Ha lavorato nei settori giovanili, è stato vice alla Pro Vercelli, ha fatto l’opinionista. Non si è fermato.
«Quando smetti, ti manca l’adrenalina. Ma capisci che puoi restituire qualcosa. Oggi voglio trasmettere mentalità. Ai ragazzi dico sempre: il talento ti porta fin lì, la testa ti fa restare».
La sua carriera non è stata lineare. È stata vera. Con luci fortissime e ombre inevitabili. E forse è proprio questo a renderla potente.
Perché Rolando Bianchi non è stato solo un attaccante.
È stato un capitano che si è preso la responsabilità nei momenti difficili.
E nel calcio di oggi, non è poco.
5 domande per Rolando Bianchi in vista di Napoli-Torino
Torino è stata la tappa più lunga e intensa della sua carriera: cosa ha significato per lei indossare la fascia da capitano granata e diventare uno degli undici migliori marcatori di sempre del club?
“Ha significato tantissimo. Entrare nella storia di un club importante come il Torino FC è qualcosa che ti riempie di orgoglio e che va oltre i numeri. Parliamo di una società con valori profondi, con una tradizione e un’identità fortissime, che oggi nel calcio moderno si fatica sempre più a ritrovare.
La mia storia a Torino, come ho raccontato più volte, è stata intensa, profonda, per certi versi anche particolare. È finita in un modo diverso da come avrei immaginato, ma il legame resta fortissimo. Soprattutto c’è un grande rispetto reciproco: il mio verso la storia del Torino e quello dei tifosi per ciò che ho cercato di dare in quei cinque anni.
Indossare la fascia da capitano, poi, è stato qualcosa di unico. Pensare che prima di me l’hanno portata leggende del calcio mondiale ti fa capire il peso e l’onore di quella responsabilità. Per me è stato un motivo di grande orgoglio, qualcosa che porterò sempre nel cuore.”
Venerdì al Maradona sarà una partita delicata: che tipo di gara si aspetta tra un Napoli che aggredisce alto e un Torino che cerca punti salvezza?
“Sarà sicuramente una partita delicata. Il Torino arriva però da una vittoria che ha portato serenità e fiducia, e questo può aiutare molto nella gestione della gara. L’obiettivo ora è dare continuità a quella prestazione.
In più c’è il ritorno di un giocatore che io considero fondamentale: Duván Zapata. Lo dico dall’inizio della stagione: ci sono giocatori importanti e giocatori indispensabili, e Zapata rientra in questa seconda categoria. Attorno a lui la squadra può girare meglio, perché ha leadership, personalità, determinazione. Anche a 35 anni riesce ancora a trasmettere energia e sicurezza ai compagni.
La sua prestazione decisiva contro la SS Lazio lo dimostra. È un riferimento tecnico e mentale.
Dall’altra parte c’è il Napoli, che ha grande qualità e che al Stadio Diego Armando Maradona deve cercare la vittoria per restare agganciato alla corsa per la UEFA Champions League. Il Torino invece ha bisogno di punti per chiudere il prima possibile il discorso salvezza. Mi aspetto una partita intensa, combattuta, ma penso che il Torino abbia le qualità per raggiungere il suo obiettivo.”
Il Napoli ha avuto tantissimi infortuni in questa stagione, soprattutto a centrocampo: secondo lei è solo una casualità o c’è qualcosa, tra preparazione e gestione, che può aver inciso?
“Quando gli infortuni diventano così numerosi, difficilmente si può parlare solo di casualità. È chiaro che bisognerebbe capire bene cosa sia successo e quali fattori abbiano portato a questa situazione, anche perché si tratta spesso di stop importanti e di lunga durata.
Potrebbero esserci diversi motivi: dalla preparazione atletica alla gestione dei carichi di lavoro durante la stagione. Però non essendo dentro lo spogliatoio o nello staff, non mi permetto di dare giudizi definitivi.
Quello che è certo è che qualcosa probabilmente non ha funzionato come avrebbe dovuto. Ora però il Napoli deve guardare avanti e concentrarsi sull’obiettivo: arrivare in Champions League sfruttando al massimo le risorse disponibili da qui alla fine della stagione.”
Con il rientro di giocatori come Anguissa e De Bruyne, quanto può cambiare l’equilibrio del Napoli in questo finale di stagione?
Il rientro di giocatori come André-Frank Zambo Anguissa e Kevin De Bruyne può cambiare molto. Parliamo di due calciatori straordinari, che portano qualità, esperienza e personalità.
A centrocampo possono dare equilibrio, ma anche tanta produzione offensiva: sono giocatori che sanno inserirsi, creare occasioni e incidere anche sotto porta. In un momento della stagione così delicato, il loro recupero può fare davvero la differenza.
Se torneranno al massimo della condizione, possono essere considerati quasi come nuovi acquisti, un po’ come quelli che arrivano nel mercato di gennaio e danno nuova energia alla squadra.
Il tema VAR e arbitri è centrale quest’anno: con i tanti episodi discussi, secondo lei il campionato è stato in qualche modo falsato oppure questi errori fanno parte del gioco?
“Personalmente penso che ci siano troppe polemiche attorno a questo tema. Una cosa che non mi piace vedere è quando i giocatori durante la partita fanno il gesto del VAR verso l’arbitro: non è bello e non aiuta il lavoro dei direttori di gara.
Il VAR è uno strumento importante e ormai fa parte del calcio moderno. La vera domanda è: vogliamo crederci oppure no? Se la risposta è sì, allora bisogna lavorare per migliorarne gli aspetti più critici e renderlo sempre più efficace.
Io non penso che il campionato sia falsato. Gli errori ci sono stati e continueranno a esserci, perché il calcio è fatto di interpretazioni e situazioni molto veloci.
Un’idea che potrebbe essere interessante sarebbe inserire nel team VAR anche un ex calciatore professionista. Chi ha vissuto il campo per tanti anni spesso riconosce immediatamente certe dinamiche, certi contatti o movimenti che possono essere difficili da interpretare dall’esterno.
Detto questo, il VAR ha già cambiato molto il calcio, soprattutto dal punto di vista emotivo: quando segni un gol devi sempre aspettare qualche secondo prima di esultare davvero. L’emozione non è più immediata come una volta. Però resta uno strumento utile, che va perfezionato e sfruttato al meglio per rendere il gioco sempre più corretto.”

