Zenica, dentro o fuori: tre motivi per non fidarsi (ancora) dell’Italia

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Zenica, dentro o fuori: tre motivi per non fidarsi (ancora) dell’Italia

Bosnia Erzegovina-Italia è molto più di una partita: è l’ultima opportunità che può spalancare o chiudere definitivamente le porte dei Mondiali che questa estate si giocheranno tra Stati Uniti, Canada e Messico. Un evento carico di tensione, memoria e, inevitabilmente, paura.

Gli Azzurri guidati da Gennaro Gattuso arrivano all’appuntamento di Zenica dopo aver superato, non senza affanno, una Irlanda del Nord tutt’altro che irresistibile. Un segnale che basta da solo a frenare entusiasmi facili. Davanti, stavolta, ci sarà una Bosnia più tecnica, più smaliziata e decisamente più pericolosa, trascinata dall’esperienza e dal carisma di Edin Džeko.

Alla vigilia, un mostro sacro come Dino Zoff ha provato a rassicurare l’ambiente: “Sono fiducioso, anche in trasferta il nostro calcio resta superiore rispetto a quello della Bosnia”. Un’opinione condivisa da molti, e difficilmente contestabile se si guarda alla qualità pura delle rose. Ma il calcio italiano recente ha insegnato, a caro prezzo, che la superiorità sulla carta non basta.

E allora, quasi come un rito scaramantico al contrario, ecco tre motivi per cui l’Italia non può permettersi di dormire sonni tranquilli.

I fantasmi del passato recente


Non serve andare troppo indietro nel tempo per trovare esempi dolorosi. La clamorosa eliminazione contro la Macedonia del Nord nel 2022 e lo spareggio perso con la Svezia nel 2018 sono ferite ancora aperte. In entrambe le occasioni, l’Italia partiva favorita, forte di un organico superiore e di una tradizione ben più ricca. Eppure, è bastato un episodio, un calo di tensione, per trasformare la sicurezza in disfatta. Zenica rischia di essere un déjà-vu se non si entra in campo con la giusta ferocia.

La pressione di un’assenza lunga oltre un decennio


L’ultima partecipazione azzurra a un Mondiale risale al 2014, un’edizione già di per sé deludente. Da allora, due mancate qualificazioni hanno trasformato quello che era un diritto acquisito in un’ossessione nazionale. Questa pressione si riflette inevitabilmente sulle gambe e sulla testa dei giocatori: più il traguardo si avvicina, più diventa pesante. E in contesti caldi come Zenica, dove il pubblico spinge e l’ambiente ribolle, la componente emotiva può diventare decisiva.

Una Bosnia sottovalutata, ma pericolosa

È vero: il confronto tra le due formazioni, sulla carta, appare disequilibrato. Ma la Bosnia ha caratteristiche che storicamente mettono in difficoltà gli Azzurri: tecnica diffusa, fisicità quando serve e una certa malizia agonistica. Come ha sottolineato Gattuso, i bosniaci sanno essere “marpioni”, capaci di sfruttare ogni minimo errore. E in una gara secca, dove tutto si decide in novanta minuti, questo può fare la differenza più dei valori assoluti.

In fondo, la lezione è sempre la stessa: il talento non basta senza attenzione, intensità e rispetto dell’avversario. L’Italia è più forte, sì. Ma lo era anche in passato, quando è rimasta a guardare il Mondiale dal divano.

A Zenica non serviranno proclami, né calcoli. Servirà una partita vera, sporca se necessario, ma lucida. Perché il rischio più grande, ancora una volta, non è l’avversario: è pensare che basti essere l’Italia per vincere.