Una vita per il Napoli: il racconto di 62 anni d’amore azzurro

C’ĆØ un’immagine che porto dentro da sempre

C’ĆØ un’immagine che porto dentro da sempre. ƈ il balcone di casa.

Su quel balcone, nelle sere d’estate e nei giorni di festa, si ritrovavano mio padre e i suoi fratelli. Erano emigrati al Nord negli anni Sessanta, come tanti altri napoletani in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Avevano lasciato Napoli, ma Napoli non aveva mai lasciato loro.

E quando si sedevano insieme, l’argomento era sempre lo stesso: il Napoli.

Per loro era molto più di una squadra di calcio. Era il filo che li teneva legati alla loro terra, ai vicoli, agli amici e ai ricordi di una vita lasciata centinaia di chilometri più a sud.

Da bambino ascoltavo quei racconti come fossero favole. Sentivo nominare Chiappella, il grande Vinicio e poi Savoldi. Non capivo tutto, ma vedevo brillare gli occhi di mio padre e dei miei zii mentre parlavano.

Fu allora che nacque il mio amore per il Napoli.

Le prime trasferte

Con il passare degli anni arrivarono le mie prime trasferte.

Torino, Bergamo, Genova.

Ricordo ancora il gol di Core ‘ngrato che spense il sogno di un popolo intero. Ricordo i viaggi interminabili e le emozioni che solo chi vive una trasferta può capire.

Tra tutti i ricordi ce n’ĆØ uno che non dimenticherò mai.

Era il periodo del colera a Napoli e si giocava Milan-Napoli in Coppa Italia. Nella curva rossonera comparve uno striscione offensivo contro i napoletani.

Non voglio entrare nei particolari, ma ricordo bene la reazione dei nostri compaesani emigrati al Nord. Si unirono immediatamente, facendo sentire la propria voce e la propria dignitĆ .

Mio padre, guardando un giovane collega, disse in dialetto:

“Tien’ o guaglione, ca mò torn.”

Una frase semplice che ancora oggi mi risuona dentro.

Poi arrivò Rudy Krol.

Il Tulipano.

Un signore dentro e fuori dal campo, un centrocampista elegante e intelligente che fece innamorare Napoli.

E poi arrivò lui.

Il Dio del pallone.

Diego Armando Maradona.

Sul balcone di casa continuarono a riunirsi mio padre e i suoi fratelli. Ma stavolta non parlavano più soltanto di speranze. Cominciavano a sognare davvero.

E quel sogno, pochi anni dopo, diventò realtà.

Lo scudetto arrivò.

Gli anni dei Fedayn

Proprio nell’anno del primo scudetto conobbi Umbertino, uno dei capi storici dei Fedayn.

Partivamo da Milano con pochi soldi in tasca ma con una passione infinita.

Il treno lasciava la Stazione Centrale alle 22:20 e arrivava a Napoli alle 8:30 del mattino.

Era un viaggio epico.

Chi viaggiava senza biglietto, chi si chiudeva in due dentro un bagno, chi dormiva per terra. Gli scompartimenti erano strapieni, perfino gli spazi per i bagagli erano occupati da tifosi.

Nessuno riusciva davvero a dormire.

Si passava la notte a raccontare trasferte, aneddoti, vittorie e sconfitte.

Eravamo poveri di soldi ma ricchi di storie.

Umbertino capƬ subito la nostra situazione.

Ci portò a mangiare a casa sua.

Ricordo ancora suo padre che divideva le pietanze tra i figli e gli ospiti per fare in modo che nessuno restasse senza mangiare.

Al centro della tavola non c’erano bottiglie di vino.

C’era una damigiana da cinque litri.

Quella tavola era Napoli.

Quella tavola era famiglia.

Fu lƬ che conobbi uomini che avevano costruito la storia del tifo napoletano.

Luciano Rececconi, Maurizio Rececconi, Sandro Sanchez e Lino Fasano.

Persone che amavano il Napoli alla follia.

Con loro non ascoltavi semplicemente dei racconti.

Li vivevi.

Ti trasportavano dentro le trasferte, dentro gli scontri, dentro le gioie e le delusioni.

Con loro ho condiviso vacanze a Casal Velino, viaggi e momenti che porterò sempre nel cuore.

Sempre uniti.

Sempre con un unico ideale.

Il guerriero.

L’anno successivo partimmo per Torremolinos, in Spagna.

Dormivamo in macchina.

Giravamo per le spiagge con la maglia dei Fedayn addosso.

Erano anni irripetibili.

Voglio ricordare anche Gerardo di Torino.

Ogni domenica ci davamo appuntamento in una stazione diversa per seguire il Napoli nelle trasferte del Nord.

Non esistevano cellulari.

Non esistevano chat.

Eppure riuscivamo sempre a trovarci.

Forse perchĆ© quando c’ĆØ amicizia vera non servono strumenti.

Basta la parola data.

Il fallimento e la rinascita

Poi arrivò il giorno che nessuno avrebbe mai voluto vivere.

Il fallimento.

La Serie C.

Sembrava la fine di tutto.

Ma il Napoli, come la sua gente, non si arrende mai.

Piano piano arrivò la risalita.

In quegli anni conobbi tante persone che volevano ricostruire qualcosa di importante.

Molti club nascevano e spesso si scontravano tra loro per il prestigio e per il potere.

E intanto c’eri tu.

Grande striscione.

Chiuso in una cassapanca.

In attesa di tornare al tuo posto.

Quante volte ho guardato quella stoffa pensando ai tempi passati e sperando nel giorno in cui sarebbe tornata a sventolare.

La rinascita del gruppo

Nel 2017 arrivarono Angelo “O Biondo”, Magno e Pietro.

Capirono immediatamente cosa significasse portare quel nome sulle spalle.

Lavorarono senza sosta per far sƬ che tutta l’Italia tornasse a parlare di noi.

Poi arrivarono Nicola, Antonio ed Eduardo.

Il tavolo era finalmente completo.

Il gruppo ricominciò a crescere.

La gente tornò ad avvicinarsi.

Tornammo a sentirci una famiglia.

MorƬ Diego.

Per noi fu un colpo durissimo.

Decidemmo immediatamente che il modo migliore per ricordarlo era fare qualcosa di concreto.

Nacque cosƬ il Memorial Diego Armando Maradona.

Un torneo creato per aiutare gli altri.

Anno dopo anno sono state effettuate donazioni a ospedali e associazioni, tra cui Niguarda, Pagani e Napoli.

Siamo arrivati alla quinta edizione.

E non abbiamo alcuna intenzione di fermarci.

La scelta dei bambini non ĆØ stata casuale.

Diego amava i bambini.

E vedere i loro sorrisi è il modo più bello per ricordarlo.

Poi arrivò un’altra ferita.

Forse la più dolorosa.

Il nostro fratello Angelo “O Biondo” ci lasciò per sempre.

Per un momento abbiamo vacillato.

Ci siamo sentiti persi.

Ma proprio come lui avrebbe voluto, ci siamo stretti ancora di più.

E siamo andati avanti.

Più uniti.

Più forti.

Più determinati.

PerchƩ certi uomini non muoiono davvero.

Continuano a vivere nei ricordi, nei racconti e nei valori che hanno trasmesso.

Il mio unico rimpianto

Se guardo indietro, c’ĆØ soltanto una cosa che non sono riuscito a realizzare.

Unire tutti i club di Milano sotto un unico nome, mantenendo però l’identitĆ  e la storia di ciascuno.

ƈ il mio unico vero rimpianto.

Per il resto rifarei tutto.

Ogni chilometro.

Ogni trasferta.

Ogni sacrificio.

Ogni amicizia.

Ogni emozione.

Perché questa non è soltanto la storia di un tifoso.

ƈ la storia di una famiglia, di un gruppo di amici e di una comunitƠ che ha trovato nel Napoli una ragione per sentirsi sempre a casa.

E allora vi saluto come ho fatto per una vita intera.

MILANO ƈ SEMPRE PIƙ AZZURRA.

Di Lino Cascelli