Inter-Napoli, ancora un divieto: il calcio italiano riparte sempre dagli stessi problemi
San Siro senza i tifosi del Napoli residenti in Campania e senza quelli della provincia di Genova. Ma possibile che, alla vigilia del 2027, la soluzione ai problemi del calcio italiano sia ancora quella di vietare le trasferte?
Ogni anno il campionato finisce con le polemiche.
Ogni anno si promettono cambiamenti, nuove regole, maggiore sicurezza, stadi più moderni e un calcio capace di guardare avanti.
Poi arriva agosto, ricomincia la Serie A e, puntualmente, ci ritroviamo a parlare delle stesse cose.
Divieti. Restrizioni. Trasferte negate. Tifosi considerati un problema da spostare, contenere o, semplicemente, tenere lontano.
E allora la domanda diventa quasi inevitabile: perché?
Perché ogni stagione siamo costretti a ripartire da capo? Perché non si riesce a intervenire sulle falle del sistema e provare davvero a risolverle, invece di ricorrere ancora una volta alla soluzione più semplice?
La nuova stagione non poteva offrire esempio più evidente.
Alla terza giornata arriva subito un big match: Inter-Napoli, sabato 5 settembre alle ore 18 a San Siro. Una partita che, per storia, tradizione e ambizioni, dovrebbe rappresentare una delle grandi vetrine del nostro campionato.
E invece, ancora prima di scendere in campo, si parla di divieti.
San Siro chiude ai tifosi del Napoli
Il Prefetto di Milano Claudio Sgaraglia ha disposto il divieto di vendita dei biglietti ai tifosi del Napoli residenti in Campania, estendendo la limitazione anche ai residenti nella provincia di Genova. Il settore ospiti sarà quindi accessibile soltanto ai possessori della fidelity card del Napoli sottoscritta prima del 1° agosto 2026 e non residenti nelle due aree interessate dal provvedimento.
Una decisione che affonda le proprie radici in una storia ormai conosciuta: i rapporti difficili tra alcune frange del tifo organizzato di Inter e Napoli dopo gli incidenti del 26 dicembre 2018 e, più recentemente, le tensioni che hanno coinvolto anche il mondo ultras genoano.
Il particolare asse tra Milano, Napoli e Genova ha quindi portato le autorità a estendere il provvedimento anche alla provincia ligure, per il timore di possibili alleanze o spostamenti di gruppi organizzati. Una misura che non è neppure una novità: una restrizione analoga era stata adottata già per Inter-Napoli dell’11 gennaio 2026.
Ma è proprio qui che nasce il problema.
Possibile che dopo anni di esperienza non si sia ancora trovato un modo diverso per gestire queste situazioni?
“Se qualcuno vuole scontrarsi, un modo lo trova”
Magno Caramico, presidente di Milano Azzurra, non nasconde la propria perplessità.
«Quello di Inter-Napoli era ormai un divieto che ci aspettavamo, vista la storia di quella famosa vigilia di Natale. Però, in alcuni casi, continua a sembrare leggermente assurdo. Perché, diciamoci la verità, se una tifoseria vuole scontrarsi, un modo per farlo lo trova».
Il punto, secondo Caramico, non riguarda soltanto il divieto ai residenti in Campania.
«Quello che mi dispiace tantissimo è che ormai abbiano iniziato a trovare questi sistemi. Vietano anche ai tifosi del Napoli che vivono a Genova. E così finiscono per essere penalizzate persone che magari vogliono semplicemente andare a vedere una partita».
Ed è proprio questa la questione più delicata: dove finisce la prevenzione e dove comincia la penalizzazione collettiva?
Perché il tifoso che compra un biglietto, prende un treno, arriva a Milano e vuole semplicemente vedere la propria squadra giocare non necessariamente coincide con chi ha commesso o potrebbe commettere reati.

Genova ancora fuori dai giochi
Ancora più dura è la posizione di Oreste Manzi, presidente del Napoli Club Genova.
«La mia opinione è sicuramente negativa. Non capisco perché debbano comportarsi così, mettendo tutti questi divieti».
Manzi ricorda anche il precedente.
«Non mi sembra giusto neanche per gli ultras, ma arrivare addirittura a vietare la trasferta ai residenti in Liguria è assurdo. L’anno scorso era successa la stessa cosa per i problemi tra genoani e interisti e ci era stata vietata la trasferta. Adesso succede di nuovo. È una cosa vergognosa».
Poi arriva la critica più pesante:
«Secondo me ci sono persone che non sanno gestire determinate situazioni e, per non commettere errori, fanno prima a vietare tutto. Così si tolgono il problema».
Parole dure, certamente. Ma che pongono una domanda che il calcio italiano dovrebbe avere il coraggio di affrontare.

Un calcio che vuole crescere, ma continua a vietare
Perché il problema non è soltanto Inter-Napoli.
È una questione molto più ampia.
Da una parte abbiamo un campionato che vuole aumentare il proprio appeal internazionale, vendere meglio il prodotto Serie A, attirare pubblico, investitori e nuovi appassionati.
Dall’altra, però, continuiamo a raccontare un calcio nel quale una delle componenti fondamentali dello spettacolo il pubblico viene spesso trattata attraverso divieti e restrizioni.
E attenzione: la sicurezza viene prima di tutto. Nessuno può mettere in discussione la necessità di prevenire incidenti e tutelare chi va allo stadio.
Ma sicurezza non dovrebbe necessariamente essere sinonimo di esclusione.
La domanda vera è: si può fare sicurezza senza vietare?
Si possono individuare i soggetti realmente pericolosi senza impedire a migliaia di persone di seguire la propria squadra?
Si possono utilizzare controlli, tecnologie, identificazione, percorsi separati, sistemi di monitoraggio e collaborazione tra società, forze dell’ordine e tifoserie organizzate?
Probabilmente sì.
E allora perché continuiamo a non farlo?
Alla soglia del 2027, il calcio italiano deve scegliere
Siamo ormai alla soglia del 2027.
E mentre gli altri grandi campionati europei provano a rendere lo stadio sempre più parte dello spettacolo, il calcio italiano rischia ancora una volta di perdere appeal proprio a causa delle sue contraddizioni.
Un grande Inter-Napoli dovrebbe essere una festa del calcio italiano, uno spettacolo da vendere al mondo, una sfida tra due piazze storiche e due squadre che ambiscono a essere protagoniste.
Invece, ancora una volta, si comincia parlando di chi non potrà esserci.
Forse è arrivato il momento di smettere di considerare il divieto come la soluzione definitiva e iniziare a lavorare seriamente sulle cause del problema.
Perché vietare è facile.
Gestire è molto più difficile.
E viene quasi da chiedersi se, alla fine, questo sistema fatto di divieti, restrizioni e partite giocate senza una parte del pubblico non faccia comodo proprio a qualcuno.
Perché un calcio che vuole tornare grande in Europa non può continuare a pensare che la soluzione ai suoi problemi sia semplicemente chiudere una porta dello stadio.

