L’Italia riparte dai giovani. Il talento c’è, ma adesso bisogna saperlo coltivare

Dal mini-ciclo di Nations League arrivano segnali importanti: Mancini ha dato spazio a una nuova generazione di Azzurri. Ma il futuro della Nazionale non passa soltanto dalle scelte del commissario tecnico.

C’è un’Italia che guarda alla classifica e una che, forse, vale la pena osservare con uno sguardo diverso.

Perché al di là dei risultati, delle vittorie, delle sconfitte e dei calcoli sulla Nations League, questo mini-ciclo ha lasciato soprattutto una domanda: quanto è davvero grande il serbatoio di talento del calcio italiano?

La risposta, forse, è meno negativa di quella che siamo abituati a raccontarci.

Negli ultimi anni abbiamo imparato a parlare della Nazionale quasi sempre attraverso ciò che manca: il grande centravanti, il campione capace di cambiare una partita, il ricambio generazionale che non arriva. Eppure, quando un giovane trova spazio, quando viene messo nelle condizioni di giocare e quando qualcuno decide di fidarsi di lui, la storia può cambiare rapidamente.

È uno dei segnali più interessanti arrivati da questo mini-ciclo.

Mancini ha scelto di guardare avanti, dando spazio a giocatori giovani e permettendo loro di confrontarsi con il livello internazionale. Non tutti hanno avuto lo stesso impatto, non tutti sono destinati necessariamente a diventare protagonisti della Nazionale, ma il punto non è questo.

Il punto è che il talento ha bisogno di una possibilità per diventare qualcosa di più di una semplice promessa.

E qui la questione si sposta inevitabilmente dai novanta minuti alla struttura del calcio italiano.

Perché un commissario tecnico può convocare, osservare e lanciare un ragazzo. Ma non può costruirne da solo il percorso. Dietro un giovane calciatore ci devono essere società capaci di accompagnarlo, settori giovanili organizzati, metodologie coerenti, competenze e soprattutto continuità.

È proprio su questo terreno che arriva la riflessione di Tiziano Testa, CEO di WeakRisk, che da anni pone l’attenzione sull’importanza dei settori giovanili e sulla necessità di trasformare i dati in patrimonio permanente dei club.

«Il talento in Italia c’è. Il problema è quanto siamo capaci di riconoscerlo, svilupparlo e accompagnarlo nel tempo».

Una frase che fotografa bene il paradosso del nostro calcio.

Forse non siamo poveri di talento. Siamo poveri di continuità.

Un ragazzo può passare attraverso diversi allenatori, preparatori e responsabili del settore giovanile senza che esista una vera memoria condivisa del suo percorso. Cambia lo staff e spesso cambia anche il modo di leggere quel giocatore.

Il risultato è che una parte della conoscenza costruita negli anni rischia di andare perduta.

E allora il giovane che arriva in prima squadra sembra quasi comparire dal nulla.

Ma non è così.

Era già lì come Antonio Vergara.

Era nel vivaio, negli allenamenti, nelle partite, nei dati raccolti durante il suo percorso. La vera domanda è se il club sia stato capace di accorgersene prima che lo facesse qualcun altro.

Il talento non basta

Il calcio moderno parla sempre più di dati, algoritmi, intelligenza artificiale e strumenti di analisi. Ma prima della tecnologia viene qualcosa di molto più semplice: la capacità di organizzare e conservare le informazioni.

Come sottolinea Testa, spesso una parte dei dati rimane dispersa tra file personali, WhatsApp e computer dei singoli professionisti.

E quando cambia lo staff, si ricomincia.

È una delle contraddizioni più evidenti del calcio italiano: si possono spendere milioni per acquistare un calciatore, ma considerare ancora secondario tutto ciò che serve per costruirne uno.

Il talento è un investimento. Il settore giovanile è il luogo dove quell’investimento dovrebbe prendere forma.

Ed è qui che la Nazionale diventa quasi lo specchio dei club.

Mancini può dare una possibilità ai giovani. Può convocarli, farli giocare, responsabilizzarli. Ma dopo la maglia azzurra deve esserci un sistema capace di continuare quel lavoro.

Perché il vero successo non sarà vedere un giovane debuttare in Nazionale.

Sarà fare in modo che quel debutto non rappresenti un’eccezione, ma la conseguenza naturale di un percorso programmato.

E forse è proprio questo il messaggio più importante lasciato dal mini-ciclo azzurro.

Non chiediamoci soltanto se l’Italia abbia ancora talenti.

Chiediamoci piuttosto se siamo diventati abbastanza bravi da riconoscerli, aspettarli e accompagnarli.

Perché il futuro della Nazionale potrebbe essere già nei nostri settori giovanili.

Il problema è capire se il calcio italiano sarà capace di andarselo a prendere o fare come hanno fatto con Issa Doumbia.

L’intervista a Tiziano Testa – CEO WeakRisk

“Il talento c’è. Ora dobbiamo imparare a non perderlo”

Per capire cosa ci sia realmente dietro la crescita di un giovane calciatore, abbiamo parlato con Tiziano Testa, CEO di WeakRisk, partendo proprio da una domanda: l’Italia è davvero povera di talento oppure il problema è il modo in cui quel talento viene individuato e accompagnato?

Da qui nasce una conversazione che va oltre la Nazionale e arriva al cuore del problema: settori giovanili, continuità metodologica, dati, meritocrazia e capacità dei club di costruire una memoria propria.

Settori giovanili, precarietà, meritocrazia, dati e investimenti: cosa manca ai club per trasformare il talento in un progetto di lungo periodo.

Jo:
Dopo gli ultimi risultati della Nazionale, forse non siamo così poveri di talento come spesso si racconta. Tu hai sempre sostenuto l’importanza dei settori giovanili. Qual è allora il vero problema?

Tiziano Testa (CEO WeakRisk)

Il talento in Italia c’è. Il problema è quanto siamo capaci di riconoscerlo, svilupparlo e accompagnarlo nel tempo. Nei settori giovanili abbiamo ancora troppa discontinuità metodologica. Cambiano allenatori, preparatori, responsabili e spesso cambia tutto: criteri, valutazioni, modalità di lavoro. Se non costruisci uno storico del ragazzo, dopo cinque o sei anni non sei nemmeno in grado di capire quali caratteristiche avesse a 14 anni, come si sia evoluto e quali elementi abbiano distinto chi è arrivato al professionismo da chi non ce l’ha fatta. È una quantità enorme di conoscenza che il calcio italiano continua a disperdere.

Jo:
A volte però sembra che il problema non sia nemmeno trovare il talento, ma accorgersi di quello che si ha già in casa. È capitato recentemente che un ragazzo cresciuto nel vivaio trovasse spazio quasi per necessità e, nel giro di poco tempo, arrivasse fino alla Nazionale. Non è anche questo un segnale?

Tiziano Testa (CEO WeakRisk)

Sì, ed è proprio questo il punto. Quel valore non nasce improvvisamente quando il ragazzo entra in campo con la prima squadra. Era già patrimonio del club. La vera domanda è quanto il sistema fosse stato capace di conoscerlo, seguirlo e valorizzarlo prima. Per questo insisto tanto su storico, metodologia e continuità nel settore giovanile.

Jo:
Tu parli spesso di un problema culturale, non soltanto tecnologico. Cosa intendi?

Tiziano Testa (CEO WeakRisk)

Che nel calcio italiano manca ancora una vera cultura del lavoro strutturato e, in molti contesti, anche della meritocrazia. Le scelte non sempre vengono valutate attraverso risultati, competenze e processi misurabili. A questo si aggiunge un sistema professionale estremamente precario: molti addetti ai lavori hanno contratti annuali e sanno che possono essere sostituiti rapidamente. Questo inevitabilmente può generare prudenza, paura di sbagliare e poca propensione a mettere in discussione le abitudini della società. Se vuoi innovare devi anche permettere alle persone di assumersi responsabilità, sperimentare ed essere valutate per competenze e risultati, non per dinamiche relazionali.

Jo:
In questo scenario che ruolo hanno i dati?

Tiziano Testa (CEO WeakRisk)

Centrale. Il dato deve diventare patrimonio del club. Un settore giovanile dovrebbe poter confrontare stagioni diverse, generazioni diverse, percorsi individuali e capire quali indicatori hanno realmente accompagnato la crescita dei giocatori arrivati al professionismo. Non per sostituire l’occhio dell’allenatore, ma per dargli memoria e contesto. Oggi invece una parte enorme di queste informazioni resta dispersa tra file personali, WhatsApp e computer dei singoli professionisti. Quando cambia lo staff, spesso si ricomincia da capo. È assurdo: il club perde anni di lavoro semplicemente perché non ha costruito una memoria propria. “Lo staff può cambiare. Il patrimonio informativo del club deve rimanere.”

Jo:
Le società però rispondono spesso che oggi bisogna ridurre i costi.

Tiziano Testa (CEO WeakRisk)