Napoli, l’orchestra suona fino alla fine, ma il Titanic azzurro affonda al Do Dragão
Gli azzurri resistono per settanta minuti, trovano il pareggio con McTominay, poi si arrendono alla maggiore freschezza del Porto. Finisce 4-1.
Per Allegri è una notte amarissima: la crisi non concede tregua.
C’è qualcosa di tremendamente malinconico nell’immagine dell’orchestra del Titanic che continua a suonare mentre la nave affonda. I musicisti sanno che la situazione è disperata, ma non smettono di fare ciò per cui sono lì: suonare, fino all’ultima nota.
Ecco, il Napoli visto questa sera al Do Dragão ha ricordato proprio quell’orchestra. Una squadra decimata dagli infortuni, con poche alternative e tante difficoltà, che ha provato a restare a galla aggrappandosi all’orgoglio, alla voglia di lottare e a quello spirito di sacrificio che, almeno per settanta minuti, ha tenuto in piedi la nave azzurra.
Alla vigilia, dalle parole di Allegri e dei giocatori, era arrivato un messaggio chiaro: nonostante le difficoltà, il Napoli avrebbe continuato a suonare la propria musica fino alla fine. E così è stato. Almeno finché le energie lo hanno consentito.
Ma il calcio, come il mare, non fa sconti.
Una nave che prova a resistere. Il Napoli parte con il 3-5-2 e una formazione condizionata dalle tante assenze. Allegri deve fare i conti con un’infermeria affollata e si affida agli uomini disponibili, cercando di dare equilibrio a una squadra che arriva in Portogallo dopo la pesante sconfitta contro la Juventus.
Il Porto, però, parte forte e trova subito il vantaggio con Bednarek, bravo a sfruttare un calcio d’angolo. Gli azzurri accusano il colpo, ma non affondano. Provano a reagire, stringono i denti e, proprio quando il primo tempo sembra avviarsi alla conclusione, trovano il pareggio con McTominay, lesto a ribadire in rete dopo una doppia prodezza di Diogo Costa.
È l’1-1. Una piccola boccata d’ossigeno, un raggio di luce in una notte che si preannuncia lunghissima.
Poi arrivano i cambi e la nave comincia ad affondare. Nella ripresa il Napoli prova a resistere, ma il Porto aumenta la pressione. La traversa di Gabri Veiga è il primo campanello d’allarme. Gli azzurri iniziano a perdere lucidità, le distanze si allungano e le energie diminuiscono.
Allegri guarda la partita, mentre Farioli decide di intervenire: tre cambi per il Porto, nuove energie, gambe fresche e maggiore intensità. La differenza diventa evidente.
Il Napoli, invece, sembra non avere più risorse. E qui nasce spontanea una domanda: perché aspettare? Perché non provare a inserire prima Giovane e Lang, cercando di dare nuova linfa a una squadra che stava progressivamente perdendo terreno?
Al 71′ arriva il gol di Gabri Veiga, che porta nuovamente avanti i portoghesi. Da quel momento la resistenza azzurra si spezza. Kiwior firma il tris, ancora sugli sviluppi di un calcio d’angolo, mentre nel finale Samu trasforma il rigore del definitivo 4-1, con Rafa Marin espulso per il fallo che lo aveva provocato.
Una sconfitta pesantissima, che racconta molto più del risultato.
Allegri, il momento più difficile. Nel dopopartita il tecnico non nasconde la propria delusione, ma difende la squadra: «Per 70 minuti abbiamo fatto una bella partita, con un grande dispendio di energie fisiche. Stasera ai ragazzi non ho niente da rimproverare per la dedizione e la voglia».
Parole che restituiscono l’immagine di un allenatore consapevole delle difficoltà, ma che non vuole cercare alibi. Eppure i numeri fanno rumore: tre sconfitte nelle prime quattro gare di Champions, undici gol subiti in Europa e sette sconfitte nelle prime quattordici partite stagionali.
Anche Politano, nel dopogara, non cerca giustificazioni: «Dopo questa partita è difficile trovare parole». E aggiunge una frase che pesa come un macigno: «Dobbiamo capire che perdere 2-1 è una cosa, 4-1 è un’altra cosa».
Parole che fotografano perfettamente il momento azzurro.
Adesso non c’è tempo per piangersi addosso. Domenica al Maradona arriva la Lazio, e per Allegri si apre un altro passaggio delicatissimo di una stagione che rischia di trasformarsi in una lunga traversata in acque tempestose.
Questa sera il Napoli ha provato a suonare fino alla fine. Ma l’orchestra, da sola, non basta a salvare una nave che ha bisogno di ritrovare equilibrio, uomini e certezze.
E forse la vera domanda, adesso, non è soltanto quando torneranno gli infortunati, ma quanto tempo servirà per ritrovare il Napoli.
Perché anche il Titanic, prima di affondare, aveva continuato a navigare. Ma a volte, per salvarsi, non basta continuare a suonare: bisogna trovare il modo di cambiare rotta.
Il Napoli non può permettersi di diventare l’orchestra di una nave che affonda. Deve ritrovare la forza di salvarsi.

