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Juventus-Napoli. Viaggio in Italia attraverso la storia

Juventus-Napoli

Durante un’intervista Giampiero Galeazzi chiese a Michel Platini “Michel, sai chi è il Maschio Angioino?“, Platini rispose “Diego…”. Era frastornato il giocatore bianconero, difficile concentrarsi con i cori assordanti che precedevano Juventus-Napoli. Non una partita come le altre, mille ragioni dietro.

Due volte l’anno si rinnova la sfida Juventus-Napoli. Sfida tra i sostenitori di due realtà del calcio ma non solo. Due volte l’anno sul tappeto verde si rinnova una battaglia figlia di una guerra culturale che affonda le radici in antiche questioni sociali e politiche mai risolte. Lo abbiamo imparato studiando la storia e lo ritroviamo sul campo di calcio: una battaglia tra nord e sud combattuta a suon di epiteti ed offese che sempre più prepotentemente prendono il posto di slogan e sfottò goliardici.

Radici profonde quelle che alimentano quest’insofferenza territoriale: potremmo risalire addirittura all’unificazione d’Italia ed alle rivendicazioni Borboniche. Lo stesso periodo storico che vede la nascita del contendere: il calcio, il football, che arrivava dall’Inghilterra come la moda del momento. Le politiche economiche attuate fino a quel momento hanno tracciato una linea di demarcazione profonda: un Nord in fiorente crescita ed un Sud impegnato a raccogliere le briciole.

Nel 1898 nasce a Torino la trisavola della Figc: la Federazione. Impegnata ad organizzare campionati detti “italiani” che in realtà coinvolgevano soltanto squadre del Nord. Il tutto cominciava e si concludeva tra Piemonte, Lombardia e Liguria. Vuoi mettere la fatica di “scendere” a Roma?!

Fu proprio l’Unione Sportiva Napoli a sollevare e fa risuonare le rimostranze di un Sud bistrattato, ottennero con una riforma chiamata Vavassori-Faroppa nel 1912 ma solo nel 1926 il Fascismo attraverso il CONI impose la “Carta di Viareggio” che nazionalizzava di fatto il calcio. Permettendo alle squadre di Roma e Napoli di giocare con le recalcitranti squadre di Torino e Milano che dovettero piegarsi alla politica.

Certo il gap da colmare era enorme: 28 anni in cui le squadre del triangolo industriale Torino – Milano e Genova si erano divise le vittorie. Anni in cui avevano potuto accumulare un vantaggio tecnico e di impianti.

Ma non solo, le squadre del Nord potevano godere degli appoggi economici di grandi aziende. Come la Juventus che nel 1923 era stata acquistata dalla famiglia Agnelli, quindi dalla Fiat.

Nel 1939 nacque la Serie A a girone unico ma come la distanza chilometrica anche quella nel calcio la distanza tra Nord e Sud continuò a rispecchiare la disunità italiana.

Ecco, se vogliamo stabilire un inizio di questa storia potremmo partire proprio da qui.

Dai milioni di emigranti che lasciarono Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna per raggiungere il Nord dove, grazie ai finanziamenti del Piano Marshall, le fabbriche prosperavano e potevano offrire una garanzia di sopravvivenza. Potremmo iniziare da Torino, dove “non si affittava ai meridionali” ma un certo Agnelli a capo della Fiat prometteva il lavoro, accoglieva a braccia aperte nella nuova famiglia. In cambio, gli venne donato un sentimento di appartenenza totale. Abbandonate le proprie radici, ci si affidò a questa nuova matrigna sportiva: cominciarono a tifare per la squadra del Padrone. Perché i torinesi di nascita tifano Toro, il vecchio cuore granata, ma questa è un’altra storia.

Sostenuta dai finanziamenti privati (e, dicono, a volte anche pubblici… shhh) la Juventus cominciò a vincere, affermando una posizione di superiorità anche nei confronti delle milanesi. E nel 1982 avvenne la consacrazione: durante i Mondiali di calcio il Ct Bearzot convocò gran parte di quella squadra e vincemmo.

Salimmo tutti sul carro dei vincitori, da Nord a Sud si affermò un paradigma: chi ha i soldi vince, ed è sempre meglio vincere che perdere.

E con queste parole che ci risuonano in testa, torniamo ad oggi.

Lo scenario vede il club bianconero ancora vincente ed osannato ovunque. Perché il tifoso bianconero non ha una precisa appartenenza territoriale. Sono tifosi abituati alla vittoria e si affezionano a chi vince. La Juve è sicuramente la squadra più amata ma, al contempo la più detestata, soprattutto nei centri dove l’identità territoriale è forte. Quelle città dove il tifo è mosso da un forte senso di appartenenza. A volte capita che tra loro stessi ci siano divisioni, figuriamoci a far entrare anche i bianconeri: è il caso di Milano dove ci sono Milanisti ed Interisti, o magari Roma divisa tra Romanisti e Laziali. A Napoli è ancora più netta quest’amore viscerale: a Napoli c’è il Napoletano. Il Napoli non condivide questo sentimento con nessuno, ci hanno definiti monoteisti. L’appartenenza calcistica e la cittadinanza, a Napoli, combaciano per sovrapposizione e si unificano, schiacciando le pur esistenti minoranze, quella juventina compresa.

Il Napoletano porta sulle spalle il peso di quelle ingiustizie politiche ed economiche che lo costrinsero ad emigrare, ma resta fedele alle proprie radici e nel caso si organizza. Ecco il fiorire dei club Napoli in tutto il mondo: un costante ricerca di quei valori mai cancellati.

C’è stato un periodo in cui Napoli si è sentita superiore, e lo è anche stata per certi versi. Dalla lontana Argentina era arrivato un piccoletto riccioluto ed impertinente che fortemente ha sempre condiviso questi sentimenti viscerali. Diego Armando Maradona adottò Napoli e venne a sua volta adottato, restituì ai colori azzurri l’onore e la dignità persa. A lungo hanno provato a portarcelo via, già con altri c’erano riusciti. In realtà l’avrebbero fatto ancora: ad oggi i “tradimenti” sono tanti e tutti laceranti. Ma Diego ha sempre rispettato quella squadra tanto importante senza mai temerla: scendeva in campo e trasformava la squadra in un branco di leoni affamati. Per sette anni li ha portati a spasso sul terreno di gioco.

Oggi abbiamo perso il concetto romantico del calcio, i giocatori sono sempre più professionisti che si impiegano al miglior offerente, sono rare le “bandiere”. Ingaggi mostruosi passano di mano in mano, soldi di investimenti aziendali. Resta ancora tanta disparità ma il prestigio comincia già a distribuirsi meglio. I tifosi napoletani assaporano le notti europee e la squadra combatte ad armi pari con club storici, sempre sospinta e sostenuta dall’amore incondizionato.

Eppure, resta l’amaro in bocca quando si legge “vietato ai nati a Napoli”, com’è accaduto in occasione della vendita dei biglietti per la partita che si avvicina. Stigmatizza la nascita di una persona, come se nascere in una città piuttosto che in un’altra possa essere il discrimine principale di una vita intera.

“Vieni a vedere la partita con me?”, “Non posso, sono nato a Napoli”. Se fosse un dialogo tra adulti sarebbe surreale, se invece fosse tra bambini sarebbe una vergogna. Abbiamo spostato l’attenzione dal terreno di gioco riportandola all’insofferenza territoriale mai sopita.

E adesso che da anni si contendono la vittoria finale, che sono insieme in cima, questa vicinanza acuisce i vecchi rancori.  “Noi non siamo napoletani”. No, non lo siete. Potete cantare O’ surdat ‘nnamurat per prenderci in giro, comprare i nostri campioni e perfino scegliere l’azzurro per la vostra terza maglia ufficiale. Non basterà mai: Noi Siamo Partenopei.

No, Juve-Napoli (o Napoli – Juve) non sarà mai una partita come tutte le altre. “Resterà per sempre la storia italiana da Nord a Sud, la sfida tra due orgogli: quello antipatico del vincente bianconero e quello passionale del sofferente popolo azzurro”.

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