Tifosi e Ultrà, non tutti i Presidenti si piegano

Spettatori San Paolo

All’indomani degli arresti dei capi Ultrà juventini, il popolo dei tifosi si scopre indignato dalle prevaricazioni che le società di calcio subiscono. Ma ci sono Presidenti che dal primo momento dopo il loro insediamento, hanno preferito combattere che subire.

Inutile girarci attorno: tutti gli stadi ha le Curve occupate dal tifo organizzato. Sono tifosi sempre presenti, in casa ed in trasferta quando possibile, sono lì sugli spalti ad incitare e a comunicare con la società e con la squadra con le loro voci e con gli striscioni. Difficilmente un abbonato in Curva, magari nelle file centrali, potrebbe prendere possesso del proprio posto; sempre ammesso che riuscisse ad ottenere l’abbonamento proprio lì. Il tifo organizzato è comunque quello che riempie sempre lo stadio, anche se in alcuni casi è capitato che ne abbia limitato l’uso.

Poi si arriva all’eccesso: quando l’amore e la passione per la propria squadra diventano un alibi per lucrare sugli altri tifosi.

E questo il caso degli ultrà juventini dove il sentimento di proprietà è diventato perseguibile penalmente. Un segnale forte di legalità devono assolutamente darlo le società di calcio, ma da subito e non quando ormai la puzza di marcio è arrivata ovunque. Denunciare, assolutamente si. Ma non dopo che ci sia scappato l’ennesimo morto e che la televisione ci abbia fatto un approfondimento. In Italia sono tanti i Presidenti che hanno cercato di arginare i fenomeni di violenza e prevaricazione, hanno invocato telecamere e Daspo. Si sono inimicati i tifosi ma sono andati avanti limitando privilegi non dovuti e sanando dove possibile situazioni malate.

Probabilmente uno dei Presidenti più invisi nel mondo della tifoseria ultrà è Claudio Lotito, presidente della Lazio dal 2011 e comproprietario della Salernitana. Ha salvato dal fallimento la Lazio e per la sua gestione oculata si è aggiudicato nel 2015 il premio Financial Fair Play. 

Ma è chiaro a tutti che il concetto di Fair Play, i bilanci sani, molto spesso non vanno d’accordo con la passione ed il tifo. Le contestazioni sono arrivate subito per Lotito soprattutto quando ha deciso di frenare le ingerenze del tifo organizzato. Nel 2017 è stato ascoltato anche lui nell’ambito di una vasta inchiesta della Commissione Antimafia proprio sui rapporti tra le società di calcio ed i tifosi.Tra consenso e legalità ho scelto la seconda, non sono mai sceso a patti. Oggi ritengo sia stata una scelta giusta che può essere perseguita da tutti. Certo, ricevo ancora oggi minacce telefoniche, anche sette-otto al giorno”

“Ho subito situazioni pesanti, camion con sterco di cavallo davanti casa, intimidazioni, affissioni, minacce; questo ha prodotto evoluzioni di carattere giudiziario. Sono abituato a vivere con serenità queste situazioni. Pensavano che assumessi un atteggiamento più morbido, io ho sempre detto in Tribunale come stavano le cose”

“Quando arrivai alla Lazio la dirigenza dell’epoca mi disse che avrei dovuto incontrare i tifosi, la cosa che mi lasciò perplesso è che mi fu chiesto se a Formello o altrove. Io risposi ‘in mezzo alla strada’. Si presentarono tre soggetti, uno si presentò dicendo di chiamarsi Diabolik e io gli dissi di essere l’ispettore Ginko. Lui lì mi ha fatto capire usi e costume di tutto il sistema, dai biglietti omaggio alle trasferte pagate fino alle coreografie. Io non gli diedi la mia collaborazione e sono iniziate una serie di problematiche“, ha raccontato Lotito, ricordando che “dopo una settimana mi fecero trovare lo sterco di cavallo e dovetti chiamare la ruspa, affissioni in tutta Roma e minacce, un vero calvario”

“Oggi sanno che se sbagliano con me troveranno un muro invalicabile, se uno scende a compromessi è finita

Poi, parlando del fenomeno della criminalità negli stadi ha aggiunto: “Il problema non è il biglietto, il problema è l’elemento criminale: spaccio di stupefacenti, merchandising falso, reclutamento di persone per fare estorsioni e recupero crediti e c’è anche la prostituzione. I capi tifosi che possono avere quel tipo di attività spesso possono fare parte di un sistema molto più ampio come ‘ndrangheta e camorra che utilizzano questo tipo di strumento. All’inizio -ha sottolineato- questo fenomeno è stato sottovalutato dalle forze dell’ordine e anche dagli stessi magistrati, sono stati etichettati come reati da stadio ma non era così“.

Loro erano strumento in mano ad alcune persone, questo meccanismo funziona perché c’è un coacervo di interessi. La stampa è partecipe di certi interessi; l’interesse di qualcuno è di istigare la tifoseria verso la mia presidenza“.

E’ di agosto la notizia della morte di Diabolik, probabilmente un passato discutibile che ha avuto la meglio.

“Piscitelli, classe 1966, era noto nell’ambiente del tifo biancoceleste per essere lo storico capo degli Irriducibili della Lazio. In passato è finito in manette per droga. Tre anni fa i finanzieri del comando provinciale di Roma avevano confiscato a Piscitelli beni per due milioni di euro. Un provvedimento che seguiva l’arresto di Diabolik, eseguito dai finanzieri nell’ottobre del 2013 dopo una breve latitanza, perché ritenuto promotore e finanziatore di un traffico internazionale di sostanze stupefacenti”.

Ma l’esempio di Presidente odiato per la sua politica ed il suo carattere noi napoletani lo abbiamo in casa. La sua gestione aziendale della squadra e il suo parlare provocatorio, rende Aurelio De Laurentiis probabilmente il Patron napoletano più odiato di tutti i tempi. Anche se andando indietro con la memoria ci sarebbe da obiettare.

Non c’è feeling tra Aurelio ed i tifosi, non c’è mai stato. Ha comprato la società nel 2004 dopo il fallimento risollevandone le sorti, il suo errore è stato, e continua ad essere, pretendere gratitudine incondizionata. Ha fatto del Fair Play la sua bandiera e per ottenere l’oculata gestione dei bilanci è spesso passato per tirchio! Lui non viene dal mondo del calcio: è un cinematografaro, altro capo di imputazione a suo carico. Non è neanche napoletano e preferisce la pizza di Roma a quella di Napoli, e quando lo contestano risponde per le rime e spesso offende. A tal punto che per non tenere a freno al sua lingua nel 2012 viene deferito per frasi ingiuriose contro i giornalisti proferite durante un Consiglio della Lega Calcio.

Lui si comporta da proprietario di un’azienda e tutto ciò va in netto contrasto con la passione ed il tifo viscerale. Ed in quanto proprietario, ha subito tagliato quelle abitudine clientelari di regalare biglietti e favorire bagarinaggio e merchandising falso.

In merito ai rapporti con i tifosi, anche De Laurentiis è stato ascoltato dalla Commissione Antimafia. Proprio riguardo gli scontri avvenuti fuori lo stadio a Roma durante la finale Coppa Italia con la Fiorentina, scontri che portarono alla morte del tifoso Ciro Esposito. Il campo fu teatro di una pseudo invasione condotta da Genny la Carogna, tifoso del Napoli. Queste le parole di De Laurentiis alla Presidente Rosy Bindi riportate da Sky SportIo non ho mai conosciuto Genny ‘a carogna. Allo stadio trapelava la notizia della morte di Esposito e la curva del Napoli era in subbuglio. C’era grande agitazione, i tifosi volevano fare invasione di campo. Ero in tribuna e a un certo punto sono andato dall’allora prefetto Pecoraro per invitarlo a fare una comunicazione e dire che il ragazzo non era morto. A quel punto la questura di Roma accompagnò il nostro capitano Marek Hamsik sotto la curva per cercare di spiegare lo stato delle cose a questi signori”.

“Noi in ostaggio negli stadi”

De Laurentiis poi ha proseguito sottolineando l’arretratezza della legislatura italiana in merito alla questione del rapporto tra le società e le tifoserie: “Dall’81 esiste una legge, la 91, che non è mai stata aggiornata, io la abolirei. Noi siamo ostaggi negli stadi, non possiamo fare nulla, non si possono avere rapporti coi tifosi, per esempio. Sono contento di questa audizione che credo debba dare corso ad un seguito di rapporti con le rappresentanze del mondo calcistico per poterlo rifondare. Con l’arrivo di Lotti pensavo ci fosse una rifondazione del calcio: bisognerebbe fare tabula rasa, questo è invece il Paese dei compromessi, dei ‘non si può fare'”.

Nel 2017 un altro filone di indagini avente ad oggetto i rapporti tra calciatori del Napoli e appartenenti alla criminalità organizzata. Spiega così Grassani, legale della società azzurra.

“La Procura ha archiviato l’indagine perché il fatto non sussiste. L’audizione di De Laurentiis possiamo definirla di cortesia, l’indagine è iniziata mesi fa in maniera approfondita e capillare con altre audizioni di calciatori e dirigenti azzurri, mancava quella del presidente ma è stato un incontro pro-forma. Il Napoli ha sempre osteggiato questo tipo di situazioni, anche il sospetto è stato spazzato via con l’archiviazione. Se a poche ore dall’audizione di De Laurentiis è arrivata l’ufficialità dell’archiviazione, non vedo proprio motivi per aprire nuove indagini. I fatti si sono confermati non dimostrati, ogni possibilità di coinvolgimento in questo tipo di attività è completamente fugato. Il presidente era tranquillo, la sua politica ha sempre tenuto in prima linea i valori dello sport, tracciando una linea tra le persone che meritano di entrare nello stadio e quelle che invece devono restare fuori”.

Come Lotito e De Laurentiis ci sono tanti altri Presidenti che vengono attaccati ed osteggiati, oggi facciamo passare per eroi chi dopo anni si decide a denunciare solo perché hanno perso il controllo di una situazione diventata troppo ingombrante. Ma i fatti parlano da soli. 

 

 

 

 

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