Copenaghen–Napoli: Un punto che brucia McTominay non basta
Copenaghen–Napoli, la favola della sirena, un pareggio che lascia
senza voce
Copenaghen e Napoli, così lontane sulla mappa eppure sorprendentemente vicine nell’immaginario. Due città di mare, due anime sospese tra mito e realtà, unite da simboli che vanno oltre il calcio.
Alla vigilia della sfida di Champions League, la capitale danese ha accolto i tifosi azzurri con un gesto che profuma di Napoli: il caffè sospeso, offerto nei bar della città come segno di ospitalità e connessione culturale. Un piccolo rito partenopeo trapiantato al Nord Europa, capace di raccontare più di mille parole.
E poi la sirena. Partenope, mito fondativo di Napoli, e la Sirenetta di Hans Christian Andersen, simbolo universale di Copenaghen. Mito la nostra, invenzione letteraria la loro. Eppure entrambe raccontano l’anima profonda di una città che vive in equilibrio tra mare, storia e immaginazione. La Sirenetta nasce dalla penna di Andersen nell’Ottocento, ma il genere fiabesco trova le sue radici tre secoli prima grazie a un napoletano di Giugliano, Giambattista Basile. Un filo invisibile che lega Nord e Sud d’Europa, fatto di racconti, simboli e destini che continuano a incrociarsi.
Fiabe e destini, appunto.
Come quello di Rasmus Højlund, cresciuto a pochi chilometri da Copenaghen e mandato via giovanissimo, tornato a casa con la voglia di dimostrare che lasciarlo andare è stato un errore. O come quello di Antonio Vergara, da Frattaminore, al debutto da titolare in Champions con la maglia del Napoli. Da una parte un calciatore ormai affermato, dall’altra una matricola europea. Stessa data di nascita, classe 2003, percorsi opposti. La prossima fiaba passa da loro. Che la scriva un danese o un napoletano poco importa.
L’importante, per Napoli, è che sia azzurra.
Quella del Parken è stata la prima sfida ufficiale in assoluto tra Napoli e Copenaghen. Gli azzurri, però, in Danimarca avevano già lasciato il segno: due trasferte, due vittorie per 4-1 contro B 1909 Odense (Coppa delle Fiere 1966-67) e Midtjylland (Europa League 2015-16). Un en plein che faceva ben sperare.
Antonio Conte aveva già affrontato il Copenaghen da allenatore della Juventus nella Champions 2013-14: un pareggio esterno (1-1) e una vittoria interna (3-1). Per Jacob Neestrup, giovane tecnico danese, invece, sfida inedita sia contro il Napoli sia contro Conte.
In palio, nella gelida notte danese, c’era molto più di un punto: Napoli e Copenaghen arrivavano appaiate a quota 7, con un margine sottilissimo sulla linea dell’eliminazione. Un equilibrio fragile, da spareggio anticipato.
Superiorità sprecata, beffa finale
Mentre la Sirenetta rinunciò alla sua voce per amore, il Napoli si è presentato a Copenaghen con la voce dei suoi leader forzatamente muta, soffocata dalle numerose assenze. Serviva sacrificio, spirito di gruppo, capacità di non annegare tra i flutti danesi. Non è bastato. La gara sembra mettersi subito sui binari giusti. Al 35’ Delaney entra con i tacchetti sulla gamba di Lobotka: rosso diretto, Copenaghen in dieci per oltre un’ora. Poco dopo arriva il vantaggio: corner preciso, ato ma come hstacco imperioso di Scott McTominay, colpo di testa vincente e settore ospiti in festa. È il momento chiave, quello in cui il Napoli dovrebbe chiudere la partita.
Invece no. Gli azzurri gestiscono, rallentano, smettono di mordere. E nel bsecondo tempo sbagliano completamente l’approccio. Al 62’ Buongiorno commette fallo su Elyounoussi: rigore. Milinković-Savić para il tiro di Larsson, ma sulla respinta lo stesso danese trova il tap-in dell’1-1. Beffa completa. Il forcing finale è confuso, nervoso, poco lucido. L’occasione più grande capita a Lucca nel recupero, ma il pallone vola alto, sopra la traversa e sopra le speranze di una vittoria che avrebbe cambiato il destino europeo degli azzurri.
Finisce 1-1. Un pareggio che, nella percezione, sa di sconfitta.
Con questo risultato il Napoli sale a quota 8 punti, 23° posto, appena dentro la zona spareggi. Il Copenaghen è 24°, appaiato. Tutto rimandato all’ultima giornata: al Maradona arriverà il Chelsea, in una sfida che sarà
un vero e proprio dentro o fuori. Prima, però, c’è la Juventus allo Stadium, la rivale di sempre.
Scott McTominay non si nasconde nel post-partita:
«Avremmo dovuto vincere questa partita, dovevamo chiuderla. Questo è uno stadio difficile, ma dovevamo trovare lo spazio per vincere. Tante assenze? È raro averne così tante, abbiamo cercato di fare del nostro meglio. Ora dobbiamo analizzare gli errori e dare tutto contro il Chelsea».
Anche il capitano del Napoli, Giovanni Di Lorenzo:
“Avevamo fatto la cosa più difficile, ossia trovare il vantaggio, ma poi nel secondo tempo siamo entrati in campo come se stessimo vincendo 5-0 e non ce lo possiamo permettere. Non riuscire a vincere la partita è un peccato, perché buttiamo via punti in classifica. Analizzeremo ciò che è successo ma abbiamo completamente sbagliato l’approccio del secondo tempo e l’abbiamo pagato. Adesso prepariamo prima la sfida di domenica contro la Juventus e solo dopo penseremo alla Champions. Sappiamo che sono due partite che possono spostare gli equilibri e faremo il massimo per prepararle al meglio”.
La notte di Copenaghen insegna che anche nel calcio, come nelle fiabe, il sogno richiede sacrificio. Il Napoli, navigando nelle acque ostili del Parken, ha imparato la lezione della Sirenetta: a volte si perde la voce, ma non il coraggio.
E se l’amore per la Champions è vero, allora servirà urlarlo non con le parole, ma con i fatti, nell’ultima, decisiva notte europea al Maradona.

